Vai al contenuto principale

Lucca Comics & Games: il coraggio di farsi vedere

Sono arrivato a Lucca Comics & Games convinto di trovare soprattutto fumetti e videogiochi. Ho trovato, prima di tutto, gente. Tanta, tantissima, ovunque: file lunghe che si piegavano su se stesse, corridoi di persone che avanzavano a passo di lumaca, capannelli davanti a ogni evento, a ogni palco, a ogni angolo dove sembrava stesse per succedere qualcosa.

Mi ha ricordato il Salone del Libro, con lo stesso caos felice e la stessa sensazione di essere un granello in una marea. Ma qui c'era qualcosa in più. Mentre mi facevo largo tra la folla, mi passavano accanto personaggi usciti dalle pagine e dagli schermi. Eroi dei videogiochi che avevo affrontato per ore sul divano, figure dei fumetti che conoscevo solo sulla carta, tutti lì, in carne, ossa e stoffa cucita a mano. Non erano solo costu stile carnevale. I cosplayer si muovevano, posavano, si salutavano da personaggio a personaggio, e per un attimo ho creduto davvero che quel mondo fosse reale. È stato magico, non trovo una parola più onesta per raccontare questa esperienza, davvero.

Con me c'erano i miei e un mio amico, Marco, con cui eravamo stati insieme anche a Prato. Ed è stato proprio grazie a loro che quei personaggi, a un certo punto, hanno smesso di essere solo immagini da guardare.

Ho conosciuto Fausto Avaro, il cosplayer di Duke Fleed, e ho scambiato due parole con lui. È un vero artista, non era in costume ma mi sembrava di parlare con Actarus!! Mio padre, da fissato di Goldrake qual’è lo conosceva da tempo, anche se solo a distanza: a Lucca si sono visti dal vivo per la prima volta, ed è stato bello assistere a quell'incontro. Poi ho conosciuto Mauro Ridolfi, che quest'anno portava la seconda trasformazione di Jeeg Robot d'Acciaio. Mauro è un maestro in quest'arte, e si vede. Davanti a un lavoro così, fatto con cura e con mani esperte, ti rendi conto che il cosplay non è travestirsi: è artigianato, studio, pazienza… passione senza limiti.

Durante le giornate di Lucca abbiamo incontrato anche Paolo Lamanna, docente alla scuola di illustrazione di Milano. Mio padre aveva già lavorato con lui tempo fa per alcuni cortometraggi, tra cui Grendizer Returns, che vedevo in continuazione da bambino, ambientato proprio a Lucca. Trovarsi lì, nella città di quel corto, a stringere la mano a chi l'aveva reso possibile, mi ha dato la sensazione di chiudere un cerchio che non sapevo nemmeno di aver aperto.

Preso dall'entusiasmo, ho fatto una cosa che non avevo programmato: ho comprato una spada laser personalizzata. L'ho tenuta in mano per tutto il giorno come un bambino con un giocattolo nuovo, e a un certo punto mi è balenata in testa un'idea che mi ha fatto sorridere e un po' spaventare: e se diventassi un cosplayer anch'io?

Non so se lo farò. Ma l'idea mi ha fatto riflettere su una cosa più grande della spada. Quelle persone non avevano paura di esporsi. Camminavano libere, davanti a migliaia di sconosciuti, mostrando senza vergogna ciò che amavano. Nessuno nascondeva la propria passione. Anzi, la indossava.

E io, davanti a questo, mi sono sentito un po' in difetto. Perché ultimamente è proprio la paura di espormi a tenermi fermo. Scrivere un libro significa mettersi a nudo: ogni pagina lascia fuori un pezzetto di te, e chi legge lo vede. Quando ero più piccolo non me ne preoccupavo, scrivevo e basta. Ora ho sedici anni, sono più consapevole di quello che racconto e di come potrebbe essere letto, e questa consapevolezza, invece di aiutarmi, è diventata come un muro. Più capisco il peso delle parole, più esito a metterle in giro.

Lucca mi ha mostrato l'altra faccia della stessa medaglia. Esporsi fa paura, ma può anche essere bellissimo. Quei cosplayer hanno speso mesi per costruire un costume, e lo hanno portato in mezzo alla folla con orgoglio. Il rischio di essere giudicati c'era, eppure erano lì, felici. Forse la scrittura chiede lo stesso tipo di coraggio: costruire con pazienza qualcosa che ami e poi portarlo fuori, sapendo che non tutti lo capiranno, e che derideranno quel lavoro.

Sono tornato a casa stanco, con i piedi doloranti, la voce roca, una spada laser nello zaino e le alabarde spaziali nella mente. Ma soprattutto con una voglia che non sentivo da un po': tornare in pista, davvero, come scrittore.

Non so ancora quando né come, ma sto lavorando a qualcosa. Piano, un passo alla volta, con la stessa pazienza di chi cuce un costume. Quando sarà pronto, lo porterò fuori anch'io, senza maschera. Spero di potervelo raccontare presto, e che il prossimo libro sia il mio modo di camminare tra la folla a testa alta.