Appunti dal luna park culturale
Sono arrivato al Salone del Libro pensando di trovare soprattutto libri. Silenzio, persone che parlavano di storie, magari qualcuno seduto in un angolo a leggere davvero. Invece mi sono ritrovato dentro una specie di gigantesco luna park culturale dove tutti sembravano correre verso qualcosa senza sapere bene cosa.
C'erano file ovunque. File per entrare, per mangiare, per andare al bagno, per comprare un libro, perfino per riuscire a vedere uno scrittore da lontano per tre secondi. A un certo punto ho visto più telefoni alzati che libri aperti. E lì ho capito una cosa che mi ha fatto un po' strano: forse oggi tanti non vanno al Salone per leggere, ma per poter dire "io c'ero".
Puoi incontrare Alberto Angela in corridoio. Puoi vedere Saviano passarti accanto. Magari riesci anche a fare una foto. Però poi torni a casa e capisci che due secondi davanti a una faccia famosa non significano davvero "ci conosciamo". È una specie di illusione moderna: raccogliere nomi e volti come figurine, sperando che quel momento ti faccia sentire parte di qualcosa di più grande.
Ho lasciato il pulsante dei social, qui sotto, dove in FB o IG ho fatto un piccolo reportage di quei giorni, ma non è quella la cosa importante.
La verità è che il Salone assomiglia tantissimo al Romics o al Lucca Comics & Games. Solo che lì i cosplayer si vestono da eroi dei manga; qui invece i cosplayer siamo noi che scriviamo... o che vogliamo farlo. Tipi con il libro sottobraccio che cercano di sembrare già degli affermati scrittori. Adulti che si muovono tra gli stand come se stessero entrando in una specie di Olimpo culturale. Tutti che inseguono un'immagine di sé. E in fondo anch'io, probabilmente, non ero del tutto immune. Per un po' ho provato la brutta sensazione del "venditore porta a porta": ciao, vuoi comprare il mio libro? Poi ho smesso. Penso non abbia senso piazzare il mio romanzo a chi probabilmente nemmeno lo leggerà, ma lo compra preso dall'effetto wow del ragazzino che scrive.
È tutto enorme, rumoroso, pieno di luci, stand giganteschi e persone che sembrano vivere il Salone come un evento da postare più che da ricordare. Bello, sì. Impressionante anche. Però ogni tanto ti chiedi dove finisca davvero la lettura dentro tutto quel caos. La cosa assurda è che i libri, quelli veri, resistono comunque. Li vedi stretti tra la folla, sulle ginocchia di qualcuno seduto per terra, magari fuori dai capannoni, nelle mani di chi si isola per cinque minuti dal rumore. Forse è questo che mi porto via davvero dal Salone: l'idea che leggere oggi sia quasi un atto di resistenza.
Ci tornerò? Si, se mi selezioneranno di nuovo, ne vale la pena nonostante tutto, ma credo di aver appreso una cosa: crescere significa anche accorgersi che il rischio di trasformare tutto in spettacolo, anche i posti che dovrebbero insegnarti a rallentare, riguarda tutti. Non solo gli adulti.





